Luce di speranza nelle “Faglie” di Sciacca Evento. A Palazzo Creberg, è stato inaugurato un itinerario in 33 opere nella vasta produzione dell’artista, dai sacchi di iuta degli anni ’70 alle creazioni del Duemila. Piazzoli: «Mostra di un’attualità sconcertante»

Un ringraziamento diffuso, sincero, ai molti che hanno, a vario titolo e nei modi più diversi, collaborato, aiutato, promosso: questo il discorso di Augusto Sciacca ai molti convenuti, ieri pomeriggio, nella sede storica di Palazzo Creberg, all’inaugurazione della sua mostra «Faglie». «Grazie. Il resto spero ve lo dica il mio lavoro. Mi è stato detto che in queste “Faglie” si sente l’apertura a una speranza di luce. Mi auguro di cuore che sia così». Significativo di uno stile, dell’uomo ancor prima che del pittore. La gratitudine prima e contro l’autocelebrazione, nemmeno nelle sue forme più discrete e sfumate. Tra i molti ringraziamenti, spiccano quelli a una bella, nutrita rappresentanza dell’Associazione Culturale Cinese di Bergamo, e in particolare alla sua presidente, Qiuhua Fu. Due opere di Sciacca, nell’aprile 2025, sono volate in Cina, per essere esposte nel salone principale della più importante biblioteca-centro culturale di Taiyuan, città di oltre 3.400.000 di abitanti, capitale della provincia dello Shanxi. Significativo della dimensione internazionale dell’artista, e di un possibile diverso rapporto fra Oriente e Occidente. Ringraziamenti speciali, ultimo non ultimo, al presidente della Fondazione Credito Bergamasco, Angelo Piazzoli, per l’«acuta presentazione nel catalogo, nonché per la professionalità e impegno profusi nel curare l’organizzazione di questa mostra». Ed a Paola Silvia Ubiali, curatrice scientifica, per l’«accurato saggio» che vertebra lo stesso catalogo. È proprio Piazzoli ad aprire l’incontro: «Questa è una mostra di un’attualità sconcertante. Il mondo è oggi tutto percorso da faglie». Le forze coesivo-aggreganti sembrano cedere a quelle divisive e contrastive, «il multilateralismo pare franare sotto i nostri occhi». Un’esposizione nel segno di «un sano realismo, con un fondo, però, di speranza». «È solo dallo scorso anno che posso dire di conoscere l’uomo e l’artista Augusto Sciacca. Uomo e artista che coincidono perfettamente», spiega Ubiali. «Il garbo, la gentilezza, la profondità, la sensibilità dell’uomo cementano il suo lavoro di pittore. È stato un sacrificio selezionare, per ragioni di spazio, le 33 opere in mostra». Sciacca, infatti, ha prodotto una «mole enorme» di lavoro, un «organismo poderoso». La scelta è caduta sul tema «Faglie», «molto profondo e di grande attualità, che abbiamo cercato di sviscerare sin da quando, negli anni Settanta, Augusto lavorava su sacchi di juta destinati ad essere distrutti.

Poi abbiamo seguito il suo percorso negli anni Ottanta e Novanta, sino alle opere più recenti di questi anni Duemila, che non sono da intendersi come punto d’arrivo, ma tappa aperta a nuovi sviluppi». Per seguire in diacronia la produzione dell’artista, bisogna partire dal loggiato, al primo piano, ove esposte le opere cronologicamente anteriori. «Si noterà la forte evoluzione della pittura di Sciacca, dalle prove sintetiche degli anni Settanta una maniera più morbida, sensuale, persino straripante. Una ricerca da sempre tesa a penetrare le leggi segrete del cosmo e dell’essere umano». Sciacca è artista che ha partecipato e partecipa «al dibattito internazionale», è in grado di restituire un «clima culturale». Queste «Faglie» dicono di una società «attraversata da fratture, un po’ a tutti i livelli. Ma sotto il loro manto si vede la foglia d’oro, elemento prezioso, incorruttibile, che da sempre allude alla presenza divina: dall’abisso della disperazione ad una porta aperta sulla trascendenza». L’esposizione resterà aperta fino al 10 aprile, per essere poi trasferita a Romano di Lombardia, alla chiesa della Grotta, dal 18 aprile al 17 maggio 2026. Sempre ieri, Piazzoli ha annunciato anche l’allestimento della «Sala Cosetta Arzuffi», con 7 opere donate dall’importante artista bergamasca a Fondazione Creberg.
Vincenzo Guercio
(da L’Eco di Bergamo del 1° marzo 2026)


