E’ stata inaugurata il 28 febbraio 2026, presso Palazzo Creberg, la prima tappa della mostra “Faglie”, dedicata da Fondazione Creberg all’artista Augusto Sciacca (Itala, Messina, 1945).

L’esposizione resterà aperta fino al 10 aprile 2026 e presenterà 33 opere – distribuite tra il Salone Principale e il Loggiato del Palazzo – con 17 grandi tele recenti sul tema indicato nel titolo della mostra e una serie di opere storiche appositamente selezionate.
La presentazione della mostra, avvenuta sabato 28 febbraio, nel Salone Principale, nel corso di una apertura straordinaria del Palazzo (dalle 16 alle 19), ha anticipato l’inaugurazione, in Loggiato, della “Sala Cosetta Arzuffi”, allestita con 7 opere donate dalla importante artista bergamasca a Fondazione Creberg.
Nella storica sede di Palazzo Creberg, dal 28 febbraio al 10 aprile 2026, il pubblico potrà accedere gratuitamente ad un peculiare itinerario nella produzione di Augusto Sciacca, messinese d’origine e bergamasco d’adozione, eseguite dagli anni Settanta agli anni Duemila. La mostra, dal titolo “Faglie”, è curata da Angelo Piazzoli e da Paola Silvia Ubiali. Dopo l’esposizione a Palazzo Creberg la mostra proseguirà a Romano di Lombardia, presso la Chiesa della Grotta, dal 18 aprile al 17 maggio 2026.
«“Faglie” rientra nel nostro progetto di valorizzazione dell’arte contemporanea – afferma Angelo Piazzoli, Presidente di Fondazione Creberg – dando spazio e visibilità all’opera di artisti talentuosi del territorio attraverso il nostro storico format (oltre un centinaio le tappe e gli eventi promossi e realizzati direttamente nell’ultimo decennio) che mira a coniugare qualità artistica e promozione del pensiero; da questi intendimenti, nascono esposizioni che rappresentano un concreto atto di ribellione contro la banalità e la superficialità che ci circondano, consentendoci di approfondire temi fondamentali per l’uomo, quali il suo destino, la sua natura, la sua vocazione».

La mostra a Palazzo Creberg
Le 33 opere, esposte, sono state ripartite in due macro-sezioni che affrontano il tema della “Faglia” nei suoi più ampi e sfaccettati significati. La mostra inizia in Salone con 11 grandi tele (200 x 160 cm) degli anni Duemila; salendo in Loggiato trova posto un’ulteriore selezione di opere recenti e un nucleo di lavori che, partendo da metà anni Settanta, segue nel tempo la lunga e complessa ricerca dell’artista, caratterizzata da sviluppi ritmati e sempre coerenti.
Nella necessaria selezione all’interno della sterminata produzione di Augusto Sciacca – buona parte della quale è ordinatamente conservata nel suo vasto studio di via Ermete Novelli a Bergamo – si è voluto dar evidenza ad una delle molteplici declinazioni della linea di pensiero che, in maniera quasi tentacolare, l’artista ha sviluppato nel tempo. All’interno di un sistema complesso, strutturato più come un labirinto di percorsi che un sistema lineare, l’itinerario scelto per la mostra a Palazzo Creberg è un episodio di sintetica coerenza, uno tra i numerosi che meriterebbero di essere approfonditi.
Afferma la storica dell’arte Paola Silvia Ubiali: «Sciacca opera per cicli pittorici concepiti come organismi viventi, strutture aperte che non conoscono mai una vera conclusione. Si tratta di serie che nascono, crescono, vengono temporaneamente abbandonate e poi ricominciate o riprese a distanza di anni con diverse modalità, non per essere stravolte nelle loro premesse, ma per essere affinate, riallineate a una ricerca che si evolve insieme al suo autore. Nulla, per Sciacca, è definitivamente compiuto: tutto rimane in movimento, in un flusso continuo in cui anche la sua identità artistica si trasforma, accogliendo le metamorfosi del tempo e dello sguardo. In questa concezione processuale e dinamica risiede la cifra più autentica del suo lavoro, che trova appunto nel divenire, più che nel risultato, la propria ragion d’essere».

«È per noi un vero piacere – sottolinea il Presidente – accompagnare il visitatore nella comprensione della “genesi” del ciclo “Faglie”. Ci siamo infatti resi conto di quanto Sciacca sia un “creatore di mondi” per la sua capacità di costruire universi (simbolici, estetici e di senso) coerenti e autonomi restando all’interno di un’originale visione, mai scontata o banale, dell’esistenza umana di cui lo stupore e la speranza sono fattori imprescindibili. Mondi nei quali lo spettatore non è soltanto passivo osservatore, ma viene potentemente coinvolto, quasi trascinato dentro per esplorarne i significati».
Le opere
«L’atteggiamento di Sciacca nei confronti dell’arte – rileva Paola Silvia Ubiali – sfugge a qualsiasi deriva autoreferenziale: il suo lavoro non è orientato alla produzione dell’opera come esito conclusivo di un cammino proteso verso l’evento espositivo o il mercato, ma si concentra sulla valorizzazione del processo, dell’intero arco generativo che precede e, attraverso l’atto comunicativo, oltrepassa il manufatto finale. Sciacca è attento al percorso dall’inizio alla fine anche se – e mi sento di dire fortunatamente – un vero e proprio punto d’arrivo non è mai contemplato, tutto resta in perenne evoluzione. La paziente sperimentazione sul pigmento, l’attenzione al comportamento dei materiali che spesso reagiscono in maniera inaspettata quasi avessero essi stessi un’anima, la cura del supporto – dalle preziose carte fatte a mano fino al più esile schizzo preparatorio – diventano per lui luoghi di pensiero, spazi di trasformazione quasi magica, momenti necessari in un lento e lungo itinerario che non ammette scorciatoie».
Mappe e Tracce, anni Settanta
Il percorso inizia con le Mappe e le Tracce della metà degli anni Settanta, epoca in cui Augusto Sciacca è un risoluto trentenne di origini messinesi, da alcuni anni trasferitosi a Bergamo. Gli studi al Liceo Artistico cittadino e poi la Laurea in Architettura al Politecnico di Milano giocano un ruolo fondamentale nella conoscenza della storia dell’arte del passato, mentre gli interessi personali, orientati alla comprensione del clima culturale internazionale (svolgerà in seguito anche la professione di giornalista e critico d’arte), gli permettono di acquisire dimestichezza con l’arte del presente, di cui presto diventa protagonista.

In anni di profonde trasformazioni, dall’esaurirsi degli effetti del boom economico alla crisi energetica e all’austerity, dall’esplosione di tensioni politiche alla nascita di nuovi movimenti sociali e culturali, l’arte esce dai circuiti canonici per connettersi profondamente alla concreta realtà. In questo delicato momento Augusto Sciacca inizia ad utilizzare, come medium pittorico alternativo alla tela e alla carta, vecchi sacchi di juta destinati al macero, prelevati dai vari magazzini di raccolta bergamaschi e crea una serie di lavori che chiama Mappe. Ogni sacco è scelto con cura dall’artista in base alle caratteristiche di robustezza, integrità, pulizia in modo che la pittura acrilica che stende con estrema precisione su gran parte della superficie vi si aggrappi perfettamente per disegnare isole e geografie immaginarie sospese.
Nelle Tracce, il cui supporto è sempre il sacco selezionato con pazienza certosina, a volte l’artista lascia scoperta una porzione più estesa di juta, mettendo in evidenza non soltanto la texture ma, grazie alle stampigliature, la concreta indicazione della provenienza. I rilievi che Sciacca vi delinea conservano così un preciso ancoraggio alla realtà. Ogni sacco che trasporta patate, caffè, legumi, cereali possiede infatti una sua peculiare storia, fatta di lavoro, fatica, sudore. Alcuni arrivano in Italia dall’America Centrale, dal Brasile, dalla Cina, altri, contrassegnati dal marchio dell’Office National du café, provengono dal continente africano. Ancor oggi questi ultimi raccolgono i chicchi in partenza dal porto di Kinshasa in Congo per essere distribuiti in tutto il mondo.
Mappe e Progetti Utòpia, anni Ottanta
L’artista sfrutta il colore come strumento attivo di ambiguità percettiva, introducendo diversi livelli di inganno visivo. Le forme, pur mantenendo una possibile lettura geografica, si caricano di nuovi valori formali e simbolici: agli occhi del fruitore possono trasformarsi in elementi atmosferici, come nuvole sospese, oppure in superfici astratte prive di un riferimento univoco. Il colore, quindi, non si limita a definire, ma destabilizza il significato, ampliando il campo delle interpretazioni possibili.
Progetto Utòpia – Mappa n. 2 del 1984 fa parte di un’interessante “divagazione” pittorica intrapresa da Sciacca in un momento in cui l’attenzione alle nuove tecnologie e alla progettualità ambientale è molto sentita nell’arte visuale, soprattutto nell’ambito degli ambienti spaziali nei quali anche l’artista è impegnato attraverso la serie dei Progetti estetici che prevedono l’impiego di laser e fotocellule. Il lavoro in questione testimonia che Sciacca è artista perfettamente immerso nel suo tempo. Ogni generazione è legata a periodi storici che la contraddistinguono e, attraverso le rispettive ricerche – quando coerenti – è possibile riconoscere tappe, situazioni peculiari, cambiamenti in atto all’epoca in cui le opere sono prodotte.

Tra anni Settanta e anni Ottanta, la diffusione di computer, console, videogiochi come Telegioca, Pac-Man e Super Mario, era vincolata ai limiti di un hardware allora in grado di gestire grafiche in bassa risoluzione con pochi colori e forme semplici, create con i “pixel”, le unità di base nella costruzione dell’immagine digitale. In Progetto Utòpia – Mappa n. 2 Augusto Sciacca compie un’operazione concettuale che sembra sfumare nell’ironia. Laddove i pixel cercano di tradurre le informazioni in forma artistico-pittorica, aspirando a una resa realistico-fotografica ancora totalmente primitiva e immatura, Sciacca inverte il processo andando ad imitare, attraverso la pittura affinata da secoli di pratica e molto più abile della tecnologia nel gioco illusionistico, le informazioni fornite dai pixel.
Contrappunti, anni Novanta
La materia delle opere degli anni Novanta esposte non è mai subordinata all’immagine ma coincide con il contenuto: una sorta di organismo vivente che si modifica con il passare degli anni. Lo spesso impasto di cui sono ricoperte le tele si è ormai asciugato e seccato, ha perso elasticità, porta con sé microfratture, ma i segni del tempo rappresentano anche la sua storia peculiare e irripetibile. È attraverso la sua presenza fisica, la sua resistenza e la sua capacità di evocare sensazioni tattili e visive che l’opera costruisce il proprio significato. Da un nucleo concettuale intimo e soggettivo si genera così un campo di risonanze emotive condivisibili. La materia agisce come ponte tra l’esperienza personale dell’artista e la percezione di chi la guarda, rendendo possibile una comunicazione non mediata da narrazioni esplicite, ma fondata sull’impatto sensoriale e percettivo. In questo passaggio, l’opera si apre a una dimensione universale: ciò che nasce come gesto individuale e privato si trasforma in esperienza collettiva in grado di attivare ricordi, memorie, emozioni, aperture a stati interiori condivisibili.
Parvenze, anni Duemila
Le Parvenze una serie di pittosculture dall’effetto tridimensionale, potentemente aggettante nate negli anni Duemila. Nei loro esiti finali questi lavori richiamano la tecnica dell’altorilievo in terracotta dipinta, arte spesso ritenuta minore e che nell’approfondimento di Sciacca si estende dalle invetriate policrome quattrocentesche dei fiorentini Della Robbia, di cui l’artista riprende il caratteristico contrasto cromatico bianco/blu, fino alle ceramiche smaltate di Lucio Fontana delle quali ritrova la potente manualità. Formalmente lontanissime dai sacchi, le Parvenze vi sono concettualmente vicine in ragione dello stesso atteggiamento conoscitivo da parte dell’artista proiettato verso nuove sperimentazioni materiche nelle quali, in questo caso, oltre alla superficie sono coinvolti anche il volume e il gesto.

Faglie, anni Duemila
La contemporaneità è attraversata da fratture profonde – sociali, politiche, ambientali, culturali – che mettono in discussione narrazioni unificanti e modelli di sviluppo dati per acquisiti da secoli, in particolare sul concetto di progresso, sulle grandi verità universali, sulle nostre certezze. Come le faglie geologiche, tali fratture non sono eventi improvvisi, ma si configurano come il risultato di processi lenti, accumulazioni di pressione, movimenti sotterranei spesso ignorati. In questo senso, la faglia non coincide con la fine di un equilibrio, bensì con la sua messa in evidenza: ciò che si rompe rende finalmente visibile quello che era rimasto sotterraneo e latente. La poetica di Sciacca, insistendo sulla materialità della frattura, allo stesso tempo vede qualcosa oltre la materia e invita a leggere queste discontinuità non come vuoto di disperazione assoluto e paralizzante ma come spazio di rivelazione.
Oggi la serie delle Faglie non è ancora chiusa ufficialmente e all’interno di questo persistente e duraturo ciclo si leggono molteplici evoluzioni, soprattutto per quanto riguarda l’acquisto di una sempre più marcata imponenza che non è mai fornita dalla sola dimensione fisica: anche le Faglie più piccole possiedono una loro intrinseca monumentalità. Ogni Faglia successiva più che rappresentare un “passo avanti” diventa una variazione, una rielaborazione necessaria all’interno di un processo circolare che si alimenta di ripetizioni differenziate.
«Il tema della faglia mi è parso di grande rilevanza e di intensa suggestione nel contesto che stiamo vivendo in questi anni – sottolinea Angelo Piazzoli –sperimentando gli effetti di fratture profonde – sociali, culturali, economiche, politiche – che mettono in discussione i modelli di sviluppo fondati sulla coesione globale, sulla collaborazione, sul multilateralismo, impattando profondamente sui comportamenti degli uomini, sul concetto di progresso, sulle certezze che reputavamo acquisite».
«Nelle Faglie – rimarca Paola Silvia Ubiali – l’evocazione di sensazioni magmatiche, ribollenti, telluriche facilita il coinvolgimento attivo e il trasporto verso una dimensione emotiva che riafferma la piena libertà espressiva dell’artista. Il recupero della pittura materica va oltre il vecchio concetto di arte moderna come continuo superamento, come progresso lineare delle avanguardie. Ritorni, ripensamenti, rielaborazioni diventano non soltanto operazioni funzionali ma azioni rigenerative».

«Artista in costante evoluzione – conclude Paola Silvia Ubiali – Sciacca avverte le trasformazioni in atto e vi partecipa con il suo originale contributo tanto che le opere realizzate negli anni Settanta restituiscono pienamente l’atmosfera di quel decennio, così come quelle degli Ottanta, dei Novanta e dei Duemila riflettono con precisione il clima culturale e visivo del loro tempo; il tutto senza alcuna preoccupazione di attuare strategie di riconoscibilità stilistiche nei confronti del sistema dell’arte attraverso pericolosi imprinting o maniere».
L’artista
«Augusto Sciacca – rileva Angelo Piazzoli – è una figura di riferimento, importante e riconosciuta, nell’ambiente culturale della nostra città. Potrebbe essere uscito dalla penna di Andrea Camilleri, nei cui romanzi vestirebbe i panni di uno di quei nobili personaggi – espressioni di una sicilianità virtuosa e libera, accogliente e tollerante, colta e intelligente, profonda – ai quali il Commissario Montalbano si rivolge per chieder consiglio o, più semplicemente, per conversare amabilmente di arte, di cinema, di letteratura, di pensiero, uscendo dalle banalità della vita quotidiana. “Non mi piace la parola sicilitudine, preferisco la sicilianità espressa dagli uomini, la prismatica composizione del siciliano”, scrisse il grande autore di Porto Empedocle, quasi avesse Sciacca davanti ai suoi occhi. Egli è infatti persona poliedrica e artista versatile (pittore, poeta, scenografo, pubblicista), che negli anni ha saputo attraversare generi e linguaggi con profondità di analisi e instancabile impegno, incarnando una delle presenze più attive a favore dell’arte del nostro tempo sul nostro territorio».

Augusto Sciacca, pittore, poeta, scenografo e pubblicista, è uno degli esponenti più significativi e originali della scena artistica italiana. Dopo l’esordio a Messina nel 1966, ha esposto in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Laureato in Architettura al Politecnico di Milano, si è formato nel clima concettuale degli Anni Settanta per giungere ben presto a una sua personale concezione espressiva, connotata da una forte e intensa sperimentazione ad ampio raggio.
La sua ricerca artistica è contrassegnata da una riflessione rigorosa sull’uomo nella sua dimensione esistenziale e nel suo rapporto con l’infinitudine del cosmo, e si è espressa in grandi cicli pittorici, dove predomina l’uso della luce e del colore, unitamente alla valorizzazione dei materiali e dei supporti impiegati. Dalla sua pittura vigorosa e dinamica, variamente intrecciata con sperimentazioni e incursioni in altri campi figurativi e in altre tecniche esecutive, affiora una visione evocativa e personale, sostenuta da una elevata consapevolezza stilistica e da una costante ricerca di sintesi.
Degli Anni Settanta/Ottanta sono i progetti estetici (alcuni con l’impiego del laser) e le mappe e i graffiti su juta di sacco stampigliato; seguono i flani, i sestupli e le mappe su politene, quindi la stagione dei progetti siderali, delle isole e mappe degli universi, per approdare alla fine degli Anni Novanta a una pittura dai “ritmi larghi e dalle composizioni di respiro vasto e solenne”, come nelle “Cosmogonie”, dove affronta e approfondisce le sue tematiche predilette, quelle del Tempo e dello Spazio, evidenziate anche nei “libri d’artista”, quali il ciclo “Cronogenesi” (1990-1995), “Il Sole di Ulisse” (1995), “Il Tempo o il Vento” (1996), e il vasto ciclo del 2005, con i “libri di piombo”, il “libro d’oro – Del Sublime”, “Ricordo”, “La piega – Omaggio a Deleuze” e “Promemoria” del 2005/2006.
Le stesse tematiche stanno alla base della sua ricerca degli ultimi anni Novanta “Il Tempo e il Mito” con al centro dell’indagine la Luce nel tempo e nello spazio, nel suo divenire e nel suo comporsi attraverso i quattro elementi primordiali: acqua, aria, terra, fuoco.

La luce, come espressione visibile del Mistero, è elemento essenziale delle cinque grandi vetrate istoriate realizzate dall’artista nel 2000 per la cappella privata del Convento delle suore Cappuccine di Madre Rubatto a Gorle (BG). “Astratte emozioni” e “Controcanto” (2006), “Il cuore del cosmo” e “Desiderio – Mancanza di stelle” (2007), “…e cieli immensi” (2010), “Il sole e la luna” (2011) sono i titoli estremamente indicativi di altrettante mostre dove viene diffusamente espressa quella caratteristica di intensa liricità che emerge da tutta l’opera di Sciacca.
Le sue tematiche artistiche sono contrassegnate da un forte impegno etico e civile, che si è manifestato appieno nella mostra “Innocenza e Pietas” realizzata nel 2006 dalla Provincia di Milano al Museo della Permanente. In essa Sciacca ha concentrato la sua attenzione sul tema della violenza, affrontandola nei suoi vari aspetti – mitologico, storico, religioso e sociale – e ancorandola a riferimenti precisi anche all’attualità più recente: questo tema drammatico, peraltro già indagato sin dagli anni Settanta, è stato sviluppato in quest’ultimo periodo in un ampio ciclo, da cui emergono chiaramente, assieme alle lacerazioni della storia, anche segni di speranza e riappacificazione.
Fra i riconoscimenti, nel 1991 riceve il “Premio Orione” dall’Amministrazione Comunale di Messina; nel 1995 il “Premio Volpi” dall’Amministrazione Provinciale di Pisa; nel 2002 il Ministro della Cultura ungherese, lo scrittore Gábor Görgey, lo premia come “Artista Mitteleuropeo”; lo stesso anno, a Roma, gli viene conferito il premio “Antonello da Messina”. Nel 2004 gli viene assegnato il “Premio Sant’Agostino Città di Bergamo”. Nel 2008, per meriti artistici, riceve la nomina a Commendatore al Merito della Repubblica Italiana.

Ha tenuto numerose conferenze sulle tematiche dell’arte moderna e contemporanea ed è stato promotore e organizzatore di convegni e dibattiti. Ha collaborato, per il settore dell’arte, con varie riviste, quotidiani e reti televisive, fra i quali “La Gazzetta del Sud”, “Avvenire”, “Imprenditorialità”, “RAI Tre” e “L’Eco di Bergamo”, con il quale collabora tuttora, e fa parte dell’AICA – Associazione Internazionale Critici d’Arte.
È stato componente del Comitato di Gestione dell’Accademia Carrara di Bergamo, su nomina del Comune di Bergamo, dal 1980 al 1985; ha fatto parte del Comitato Civico – Settore Arti Visive dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Bergamo dal 1995 al 1999; ha fatto parte anche del Comitato Scientifico del Concorso – Premio “Evaristo Baschenis” indetto dal Credito Bergamasco nel 1997. E’ stato Docente della cattedra di Pittura all’Accademia “Lorenzo Lotto” di Bergamo dal 2001 al 2003 e Presidente dell’Associazione Amici dell’Accademia Carrara di Bergamo dal 2003 al 2004. Dal 2004 al 2009 è stato componente del Consiglio di Amministrazione dell’Accademia Carrara di Bergamo; fino al 2024 è stato componente del Consiglio Direttivo dell’Associazione Giornalisti Europei (AGE).

Ha realizzato scenografie teatrali, fra le quali: “La Mandragola” di Niccolò Machiavelli, per la regìa di Mario Scaccia, realizzata nel 1984; “Suono – Spazio” per la rassegna “SUONO IMMAGINE” di Bari, nell’ambito della Biennale di Venezia – Settore Cinema del 1984; e, nello stesso anno, “Folías”, da M. Cervantes (adattamento e regìa di Marco Rota), realizzata nella Sala Piatti di Bergamo. Nel 2022 viene pubblicato il libro “Pietre minute” (Edizioni Velar), una selezione delle poesie composte tra il 2004 e il 2020, con prefazione di Giuseppe Fornari. Il libro è stato presentato a Bergamo – al Centro Culturale delle Grazie, da Mauro Ceruti e Gabrio Vitali – e successivamente a Londra nel 2023, alla London ONE Radio e in un incontro pubblico organizzato dai Circoli del MIE (Movimento Italiano in Europa) e dell’EBM (Ente Bergamaschi nel Mondo), introdotto dai rispettivi presidenti, Valeriano Drago e Radames Bonaccorsi Ravelli.
La mostra
La mostra sarà visitabile nel Salone Principale e nel Loggiato di Palazzo Creberg, dal 28 febbraio al 10 aprile 2026 nei giorni feriali, dalle 9 alle 13, con ingresso libero.
Ai visitatori verrà consegnato, come sempre gratuitamente, il catalogo edito dalla Fondazione Credito Bergamasco con testi di Angelo Piazzoli e Paola Silvia Ubiali.
c.s. Fondazione Credito Bergamasco


