Ha ricordato la tragedia di Marcinelle, in Belgio (insieme alla Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo), l’associazione “Nembresi nel mondo”, diretta da Lino Rota e dalla moglie Mariuccia Abondio.

Come ormai capita la 30 edizioni, l’associazione che raduna gli emigranti nembresi, in collaborazione con il Comune di Nembro e l’Ufficio Migranti della Diocesi di Bergamo, ha organizzato la “Festa dell’Emigrante”, che anche quest’anno si è svolta il 7 agosto, vigilia della “Festa dello Zuccarello” (8 agosto). Un momento d’incontro, ma anche di commemorazione, per ricordare le vittime della tragedia mineraria di Marcinelle, a 69 anni dall’evento: l’8 agosto 1956, infatti, a “Le Bois du Cazier”, nelle miniere di Marcinelle, in Belgio, per un incendio a 1.000 metri di profondità morirono 262 minatori, di cui 136 italiani, e fra questi un bergamasco, tale Assunto Benzoni di Endine Gaiano.
In cabina di regia, nonostante i suoi 96 anni, c’è il nembrese Lino Rota, uno dei soccorritori chiamati a salvare più minatori possibili in quel disastro di Marcinelle, lui che già dal 1948 lavorava in una miniera vicina. Ed è lui che, dopo la pensione, nel 1994 ha iniziato a costruire, pezzo per pezzo, con materiali trasportati dal Belgio, il Museo della Miniera, situato nella piazzetta dell’emigrante, in via Lonzo, per mantenere vivo il ricordo di Marcinelle, facendo prendere coscienza del sacrificio di quegli uomini, morti mentre lavoravano. Una storia che non va dimenticata.

La cerimonia è iniziata con la Messa di suffragio, celebrata da don Domenico Locatelli, per 30 anni prete con i migranti in Svizzera e in Belgio, ora parroco a Montello. E proseguita con il ricordo dei minatori morti in miniera, i cosiddetti “gueules noires” (musi neri), ricordati uno per uno, chiamati per nome, con un rintocco di campana. Quindi, un momento di raccoglimento e di ricordo con interventi delle autorità locali. In primis, il sindaco di Nembro Gianfranco Ravasio. Poi, il consigliere provinciale Giorgia Gandossi, i consiglieri regionali Michele Schiavi e Alberto Mazzoleni consigliere provinciale), l’esploratore e appassionato di ricerche naturalistiche Gianni Comotti, membro dell’associazione “Nembresi nel Mondo”, l’assessore di Endine Gaiano Maria Grazia Pettini, che ha ricordato il concittadino Assunto Benzoni, uno dei 136 italiani morti a Marcinelle, e Carlo Personeni, presidente dell’Ente Bergamaschi nel Mondo.
Momento clou della festa, l’inaugurazione della “Baracca del Minatore”, cioè il luogo dove vivevano i minatori italiani quando arrivavano in Belgio per lavorare. Una spesa notevole, 30.000 euro, che ha visto il sostanzioso contributo di 17.500 euro proveniente dal Consorzio BIM Bergamo, oltre che da istituzioni, da aziende locali, privati cittadini e figli di emigranti.

Una costruzione che si trova sulla destra del Museo della Miniera, contenente gli oggetti di vita quotidiana e gli attrezzi che i minatori potevano disporre allora: un tavolino, le sedie, gli scarponi, la lampada di acetilene, l’immancabile caffettiera, il secchio del carbone e la stufa, detta “il rospo”. A breve verrà sistemato anche il letto.
Da segnalare che la stufa a carbone, restaurata e portata dal Belgio, è stata donata da due donne, Loris Piccolo e Sophie Wasik, rispettivamente di famiglia friulana e polacca, che hanno visto morire a Marcinelle i loro padri.
A tagliare il nastro della nuova “Baracca del Minatore”, oltre delle autorità, c’era un folto pubblico, composto da rappresentanti della giunta comunale, figli e nipoti degli emigranti nembresi.
Questo l’intervento di Carlo Personeni, presidente dell’Ente Bergamaschi nel Mondo:
Innanzitutto, ringrazio le varie associazioni organizzatrici e il Comune di Nembro per l’invito a questa ricorrenza della tragedia di Marcinelle.

Un ringraziamento particolare al Comm. Lino Rota e Mariuccia Abondio per la loro dedizione e per l’attaccamento alla causa del “Museo della Miniera e dell’emigrante”. Infatti, quest’anno ci hanno voluto stupefare con l’inaugurazione di una ricostruzione perfetta di una casa in lamiera, alloggio usato dagli emigranti che lavoravano nelle miniere di carbone, in Belgio. Un grazie riconoscente per quanto egregiamente realizzato e per quanto costantemente fatto a ricordo dell’emigrazione e della tragedia di Marcinelle.
Ora, un breve cenno storico. Il 23 giugno 1946, a Roma, venne firmato un accordo tra il governo italiano e quello belga: “Uomini contro carbone”, lavoratori italiani e migliaia di tonnellate di carbone.
L’accordo prevedeva almeno 50.000 lavoratori: ve ne sono andati circa 64.000, per un contratto di lavoro della durata di 5 anni, con obbligo di farne almeno uno, altrimenti arresto, e lavoratori giovani con meno di 35 anni di età. Siamo nel ’46, a solo un anno dalla fine della Seconda Guerra mondiale, quindi un periodo critico, con pochissime opportunità di lavoro in Italia. Per il reclutamento vengono affissi manifesti rosa un po’ ovunque, nei Comuni, esaltando tutti i vantaggi di quello che sembra una grande opportunità di lavoro.

Trasferimento in Belgio per lavorare in miniera:
– Viaggio in ferrovia gratuito
– Ottimo stipendio garantito, pagato ogni 15 giorni
– Assegni familiari
– Premio natalità
– Pensionamento anticipato
– Alloggio: l’operaio che lo desiderava poteva ottenere “convenienti alloggi”.
Inizialmente, gli alloggi erano le baracche dei campi di concentramento, usate durante la guerra, e abbandonate. Baracche di legno rivestite in carbone asfaltato; gli arredi erano quelli lasciati nel campo, letti a castello, materassi di paglia, coperte sporche, mensole per armadio. Oppure baracche in lamiera ondulata, costruite vicino alle miniere, ma su terreni abbandonati di materiali di scarico.

Pensate che questo alloggio in lamiera, senza alcun comfort, si gelava d’inverno ed era un forno d’estate. Eppure, tutti contenti, perché qui avevano una indipendenza, un’autonomia “gestionale” della baracca, una certa “privacy”. Non c’erano la luce, l’acqua, il riscaldamento. I bagni e i lavandini erano all’aperto poco distanti, con pochi rubinetti per centinaia di persone. Considerato il clima piovoso del paese, vi lascio immaginare la situazione.
Quelli che non avevano i familiari al seguito dormivano a decine ammassati in cantine o camerate estese e in alcuni casi a turno; oppure nelle baracche con pulizia e igiene quasi nulla, ove i pidocchi regnavano. Agli italiani che si lamentavano dicevano: “tu macaroni: stai zitto che hai perso la guerra”.
Solo dopo la tragedia di Marcinelle, che scosse i politici e mosse perfino i sindacati, finalmente vennero considerate le vergognose situazioni di vita dei nostri emigranti. Iniziarono a rendersi conto dell’emarginazione riservata agli emigranti italiani, e prendere atto della perfida xenofobia nei confronti degli italiani. Da lì, gradualmente, iniziò un ripensamento della politica migratoria.
Oggi siamo qui a ricordare una storica data, quella di una tragedia: l’8 agosto 1956, morirono 262 persone, di cui 136 italiani, fra questi un bergamasco, Assunto Benzoni di Endine Gaiano.

Dopo la tragedia, nel 1959, inizia il processo, 195 familiari si costituiscono parte civile, 108 sono italiani, anche l’INCA, patronato italiano, si costituisce parte civile, accusando le associazioni carbonifere della mancanza delle norme di sicurezza indispensabili. La sentenza è mortificante: tutti assolti, un solo ingegnere condannato a 6 mesi con la condizionale. Nel 1964, si chiude tutto con un accordo tra le parti e il pagamento di una piccola parte delle spese. Ma la miniera riprese a lavorare già 8 mesi dopo il disastro, chiudendo definitivamente 10 anni dopo.
Dal 2001, l’8 agosto di ogni anno è la giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano all’estero. Questa giornata, con le sue commemorazioni, non deve essere una semplice rievocazione di tragedie passate. E’ doveroso ricordare, ma anche non dimenticare che l’emigrazione non è terminata: in alcune zone, la xenofobia nei confronti dei nostri emigranti è ancora attiva.
Certo, l’emigrazione è cambiata, per fortuna, non è più quella dell’accordo carbone-braccia lavoro. Oggi, è fatta in maggioranza da giovani (il 70% ha meno di 49 anni), che si trasferiscono perché attratti da redditi interessanti e per raggiungere traguardi professionali difficili da conseguire in Italia. Tantissimi laureati, e quasi tutti diplomati.

E’ dovere della nostra associazione EBM collaborare alla loro integrazione nei Paesi di destinazione, affinché si possa accelerare il loro inserimento, esprimere il loro potenziale al massimo, ma anche agevolare l’eventuale loro rientro. E su questo tema la politica deve avere maggior sensibilità e doverosa attenzione.
La storia dell’emigrazione va fatta conoscere, certo, tutti devono sapere i grandi sacrifici fatti dagli emigranti, e l’imponente contributo apportato alla crescita economica dell’Italia, grazie alle rimesse e non solo.
Oggi, sono 6.134.100 gli Italiani all’estero, sono 642.000 i lombardi nei 5 continenti e sono poco meno di 90.000 i bergamaschi nel mondo, di cui il 72% in Europa.
Questa realtà impone di operare tenacemente e costantemente per rafforzare i legami, fornendo assistenza e sostegno quando necessario. Associazioni di rappresentanza provinciale e regionale come la nostra lo stanno facendo.
Purtroppo, è per me doveroso, in questa sede, sottolineare un tema di grande attualità, ma sventurato: la nuova legge sulla cittadinanza italiana, la legge 74, del 23 maggio 2025, che ha introdotto una novità per i discendenti di italiani nati all’estero. Già in possesso di un’altra cittadinanza, non potranno più acquisire automaticamente quella italiana alla nascita. E’ assurdo. Ma ciò che desta maggiori perplessità è l’effetto retroattivo della legge. Privare della cittadinanza italiana persone che legalmente dalla nascita hanno origini italiane, in contrasto con quanto previsto dalle norme ante legge 74, costituisce un grave precedente. Questa problematica non è solo legislativa, e non solo un atto amministrativo, ma è una questione di etica, un vincolo identitario.

Si salvano chi ha presentato la domanda entro il 27 marzo 2025 o chi ha un genitore o un nonno con esclusivamente la nazionalità italiana.
Auspichiamo che la Corte Costituzionale riveda alcuni princìpi, soprattutto nel rispetto dei tanti emigranti che, pur costretti ad avere la nazionalità del Paese in cui vivono e questo per ovvi motivi, sono italiani nel cuore.
I nostri emigranti, come dico da anni, sono i nostri eccellenti ambasciatori nel mondo, perché mantengono vivo e solido il legame con la terra d’origine.
A margine della “Festa dell’Emigrante”, anche un contributo di Valerio Bettoni, ex-presidente della Provincia di Bergamo, durante il cui mandato si organizzarono diversi raduni degli emigranti, e nativo di Endine Gaiano, paese di origine di Assunto Benzoni, uno dei 136 italiani morti nella miniera di Marcinelle, nonché membro dell’Ente Bergamaschi nel Mondo.
Il dovere di onorare la memoria di Assunto Benzoni, vittima bergamasca nella miniera di Marcinelle

La tragedia della miniera di Marcinelle in Belgio evoca per noi bergamaschi la figura di Assunto Benzoni, che perse la vita con i 136 italiani nella strage di 262 vittime. Aveva 30 anni ed era emigrato in cerca di lavoro con la giovane moglie Giulia, una figlia Yvonne e un’altra che sarebbe nata orfana e sarebbe stata chiamata con il suo nome.
È giusto che si tenga vivo il ricordo di questi eroi silenziosi che nel silenzio, con il lavoro e con la loro esemplare dirittura morale hanno onorato il nome dell’Italia. Ed è ancora più importante che lo si faccia in un tempo che ha scarsa considerazione per la memoria. A Nembro, come ogni anno, si tiene una commemorazione: che interpreta i sentimenti del popolo bergamasco delle valigie.
Partendo per il Belgio, Assunto – che era nato il 15 agosto del 1926 – coltivava il sogno di tutti quelli che lasciano la loro terra e i loro affetti: cambiar vita, assicurare un futuro dignitoso a sé stesso, alla famiglia che andava crescendo. Tristissimo il rientro in Italia in una bara.
Anche in ricordo di quell’8 agosto del 1956 così segnante per la nostra provincia con il sacrificio di Assunto Benzoni, il ministro Mirko Tremaglia introdusse nel 2001 proprio la data dell’8 agosto, ricorrenza di Marcinelle, per la Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo. Anche i belgi, come altre nazioni in quegli anni della ripartenza dopo la seconda guerra mondiale, avevano bisogno di manodopera. Cercavano soprattutto braccia, sorvolando drammaticamente sulle condizioni disumane in cui quelle ondate di migranti venivano tenuti: il fattore “uomo” veniva molto dopo e la strage nella miniera di Marcinelle lo evidenziò in termini strazianti agli occhi dell’Europa. In base a un accordo sottoscritto nel 1946 con il Belgio, l’Italia avrebbe inviato emigranti per avere rifornimenti di carbone.
foto Nembresi nel mondo, Gianni Comotti, Comune di Nembro


